LA FERRAGNI VA AD HARVARD? DOVREMMO ESSERE CONTENTI

LA FERRAGNI VA AD HARVARD? DOVREMMO ESSERE CONTENTI
Non ho aperto il blog
perché avessi mire di tipo espansionistico.
Non aspiravo ad arrivare
chissà dove, non mi aspettavo che diventasse un lavoro, non volevo
finire a smarchettare prodotti tipo coppette mestruali solo per ricevere campioni omaggio.
Volevo semplicemente
incanalare e dare ordine ad una sorta di flusso continuo interiore. Una specie di energia che per gli scrittori o presunti tali – e per scrittori intendo chi
lo è per davvero, chi pensa di esserlo e non lo è, e chi lo fa per
diletto tipo me -, portatori sani di egocentrismo per DNA, ad un
certo punto diventa incontenibile e spinge per uscire
fuori, trovare consenso, essere condivisa.


Non credo tanto alla
storia dello scrittore che scrive unicamente per se stesso. Tutti
quelli che si sentono artisti (o portatori sani di arte), ad un certo
punto, vogliono che gli altri se ne accorgano.
Vabbè, comunque ho
aperto un blog nel lontano 2012, e non sono arrivata da nessuna
parte. Ho un pubblico ristretto (ma interessato!), faccio un lavoro
in cui scrivo molto ma non ha niente a che vedere
col blog e le cose di cui parlo qui includono oggetti che acquisto
io stessa, lasciandoci un sacco di soldi, o oggetti che bramo e che
non potrò comprare mai.
(Faccio una
specificazione: non sono assolutamente contraria alle marchette,
purchè siano coerenti coi propri contenuti. Se mi danno da provare
gratis un nuovo concime per l’orto in cambio di un articolo sulla melanzana perfetta, ecco,
non credo che potrei mai dargli la dignità che merita).
Intanto, attorno a me,
mentre sproloquiavo e polemicizzavo, fioccavano piccoli business della blogosfera. Blog di
successo che magari non davano alle blogger da vivere, ma gli permettevano
di togliersi sfizi modaioli che schifo non fanno.
E la capostipite del
movimento, la madre di tutti i blog italiani, la bionda insalata,
cresceva cresceva cresceva una spanna e più sopra tutti gli altri.
Le sue foglie sempre più verdi e rigogliose. E noi, che
quell’insalata ce la saremmo volute mangiare per togliercela di
torno, continuavamo ad attaccarci alla cioccolata per la
disperazione.

Oggi il blog di Chiara
Ferragni
è un’azienda che produce soldi, e non solo dà da vivere
(egregiamente e lussuriosamente) alla sua fondatrice, ma anche a
tutti i suoi dipendenti – una ventina ormai, se non erro. Adesso
Chiara Ferragni è un personaggio pubblico a tutti gli effetti e compare
tra le pagine di “CHI” di fianco a Belen, complice anche il fidanzato
tatuato e di Guccisemprevestito Fedez.

Chiara Ferragni e Fedez
Quello che oggi è la Ferragni, è il risultato di un esperimento di successo riuscito benissimo. E
se molti di noi, me compresa, si sono chiesti a lungo come mai una
ragazza che come qualità avesse solo la bellezza e la Chanel fosse
riuscita a sfondare in quel campo, oggi hanno smesso. Così come l’hanno piantata di
analizzare con aria da linguisti esperti e navigati i testi non
proprio brillanti dei suoi vecchi post.

Giungo a parlare ancora
una volta di Ferragni dopo l’ennesimo polemicone che l’ha vista coinvolta: il  suo intervento – il secondo, pare – ad
Harvard. La sua è una case histor  a mio avviso molto
contemporanea e molto interessante da raccontare, che ha
suscitato le ire dei nostri Dante Alighieri del fashion e non solo. 

La cosa mi ha resa abbastanza incredula e inasprita per vari motivi.

1. Ho letto “Chiara
Ferragni
va a insegnare ad Harvard”. Non è proprio corretto.
Chiara è andata lì a tenere una lecture, che non vuol dire che le
hanno dato una cattedra. Si tratta di una lezione, ovvero una conferenza. Citando il ben più colto Sabatini-Coletti, altro non è che

“Un incontro, una riunione, in cui più persone competenti discutono su un argomento di particolare importanza”.
Su “incontro” e
“riunione” penso non ci sia nulla di opinabile, su “persone
competenti” sono certa che in molto avranno da ridire, ma la
Ferragni ne sa certo più di voi di come funziona la sua macchina da
migliaia di dollari, e trovo che il suo modello di business sia
assolutamente un “argomento di particolare importanza.” Il
problema è che qui in Italia non siamo abituati ad ospitare nelle Università persone
che non siano cariatidi, ritagli di libri di storia in bianco e nero o busti di marmo
del 1700. La Ferragni alla Bocconi? Ma siamo pazzi? Una che non si è
manco laureata e per giunta si portava i bigliettini per scopiazzare agli esami
(noi mai fatto, eh?!). Se nei nostri atenei ci fossero più giovani a raccontare come ce l’hanno
fatta, non ci sembrerebbe cosi strano che una Ferragni vada ad Harvard a parlare della sua azienda.
Chiara Ferragni Harvard
2. Si è recata
nell’Università più importante del mondo per raccontare agli
studenti una storia di successo, e tutte le storie di successo
meritano di essere condivise. Che poi a farlo sia una persona che
non suscita totalmente la nostra simpatia, è un altra storia.
Neanche Steve Jobs era simpatico, eppure nessuno di noi si sarebbe
mai sognato di dire che non meritasse di tenere una lecture. Non che
stia paragonando Steve Jobs alla Ferragni, occhio, ma entrambi sono
facce diverse di una stessa medaglia: partire da un’idea basilare e
costruire un impero.
3. Parliamo continuamente di giovani, purtroppo in negativo. X è
andato via dal’Italia per trovare lavoro, Y è andato a fare ricerca
in un Paese dove le risorse erano decisamente maggiori, ecc ecc. Nel
caso di Ferragni si tratta della storia di una giovane dalla
condivisione facile e dalla vita un po’ troppo internettizzata – o
di due giovani, se tiriamo in ballo pure l’ex fidanzato Riccardo
Pozzoli – che annusa l’aria, capisce che Oltreoceno sta succedendo
qualcosa, intuisce che il momento in Italia è quello giusto perchè
la concorrenza è bassissima, si fa forte delle cinture di Gucci e
delle borsette di Chanel, chiede aiuto al fidanzato e tac, nasce The
Blond Salad
. Il resto è storia. Una giovane ce la fa. E una giovane,
dà vita ad un’azienda fatta di giovani. Io lo trovo bello, moderno,
d’esempio.
4. Parliamo
continuamente di donne, purtroppo in negativo. Donne a cui non
spettano stipendi uguali a quelli dei colleghi uomini, donne
additate con aggettivi sessisti, donne che hanno paura di fare figli
perchè potrebbero perdere il posto di lavoro. Anche in questo caso,
il modello è positivo. Una giovane, per giunta donna, ce la fa.
Crea la sua azienda, la gestisce e si sottrae a tutte le dinamiche
sessiste con cui spesso e volentieri ci tocca fare i conti. Lei
diventa il capo di se stessa, e fa un lavoro che è quanto più
lontano da un lavoro possa essere, perchè tutto parte dal suo
hobby, che tale è rimasto, se non fosse che se cominciano ad
entrarti soldi in tasca di hobby non si può più parlare.
Chiaramente questo esempio non risolve il problema, ma ogni tanto fa
bene parlare di modelli positivi in un mondo in cui quando si parla
di donne sul lavoro, l’ago pende sempre verso la parte negativa.
5. Non si può sempre
ridurre tutto al piano della competizione. “Ah ma se lei insegna
ad Harvard, allora io che ho dieci lauree bla bla bla
”, “Ah ma
lei scriveva due stupidaggini e invece io che so tutta la storia del
costume a partire dalla pelliccia dell’uomo Sapiens Sapiens e bla
bla bla
”. Ragazzi, conta il risultato, e nel caso della comunicazione, quello che ha presa sulle persone. Ovvio che un trattato di
storia del costume abbia più pregio del “Come mi vesto per andare
all’aperitivo di compleanno”, ma lei non ha mai finto di essere più competente di altri, non ha mai voluto fare della didattica: ha
raccontato una storia – ora va così tanto di moda dirlo – e
le sue storie sono piaciute a molti. Se a noi non sono sembrate
chissà cosa, che fà? Non hanno leso o danneggiato nessuno, chi non
ha voluto leggere è stato libero di non farlo. Proverei però ad
uscire dal set mentale della competizione a tutti i costi, a cui
purtroppo questo sistema malfunzionante ci ha costretto nostro
malgrado, per cercare del positivo in qualcosa che è nato da zero: un’idea semplice e neanche così originale, diventata uno
strumento di comunicazione altamente funzionante. Gioire che qualcuno ce la fa no, eh?
The Blonde Salad the team
Detto
questo, Chiara, se mai farai una lecture qui in Italia, io verrò a
sentirti. Perchè c’è sempre da imparare. E a volte lo snobismo
aggratis ci conduce verso la strada dell’ignoranza, che è quella roba malata che tiene incollati alle proprie sedie rendendo incapaci di aspirare a qualcosa di meglio.
Buona
settimana a tutti, ROSICONI!


MLG

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2 thoughts on “LA FERRAGNI VA AD HARVARD? DOVREMMO ESSERE CONTENTI”

  • veramente ad harvard la ferragni non c'è andata da sola, ma con l'ex ragazzo riccardo pozzoli. è lui che ha creato il blog e tutto il resto, mentre lei ha prestato la faccia, come si vede nel video della lezione ha parlato lui agli studenti mentre l'altra stava zitta in un angolo a scattare foto.

    • Ciao,
      dubito che la Ferragni sia andata lì ad Harvard a fare la bella statuina, non mi sembra proprio la tipa che si mette in un angolo per far parlare gli altri in sua vece.

      Che si sia fatta accompagnare dal suo socio, e che questi abbia parlato, mi sembra normale e naturale dal momento che l'azienda è di entrambi e nata dalla loro collaborazione.

      Concordo con te sul fatto che Pozzoli abbia un ruolo centrale nel progetto, ma non ridurrei la Ferragni ad una semplice facciata. L'intuizione l'ha avuta lei, non per niente non si è mai sottratta al magico potere della condivisione su internet molto prima dei vari blog. Bisogna essere bravi e furbi anche ad avercele le idee, che poi si chieda una mano per svilupparla è un'altra storia.

      Ciao e grazie del commento!
      MLG

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