SI DECLUTTERING CHI PUO’! – RIFLESSIONI SUL (MAGICO?) POTERE DEL RIORDINO

SI DECLUTTERING CHI PUO’! – RIFLESSIONI SUL (MAGICO?) POTERE DEL RIORDINO
Tempo fa ero abbastanza drogata di Real Time. Poco alla volta la programmazione affiancò alla tripletta cuochi – stylist – agenti immobiliari (intervallata da medici in tarda serata e Barbara che realizzava letti e credenze con le cassette della frutta al pomeriggio) trasmissioni basate sui casi umani disumani (tipo: “Gente che mangia il polistirolo”/”Non sapevo di essere incinta – Edizione menopausa”/”Non pulisco casa dal ’56” ecc, roba così). Proprio allora, avevo cominciato a guardare con discreto interesse “Sepolti in casa”, una trasmissione sulle vicende di persone seriamente malate di accumulo compulsivo. Gente il cui unico scopo nella vita consiste nel conservare tutto e riempire la casa di talmente tanta roba inutile da rendere la vita impossibile a se stessi e al prossimo.

Sebbene si tratti di una vera e propria malattia ossessiva, io ci trovavo sempre una sorta di affettuosa poesia in quelle storie. Alcuni personaggi erano sì bizzarri, ma anche estremamente teneri, attaccati morbosamente alla materialità per trovare nel mondo un angolo di sicurezza. Legavano le proprie esistenze strette strette ai ricordi, come se buttare un pezzo di carta significasse lasciare andar via uno scampolo della propria vita. Avevo la sensazione che volessero trasformare l’evanescenza di un ricordo in qualcosa di materiale, creare un album del passato fatto di oggetti tangibili. Alcuni inutili, certo, ma sappiamo bene che un banale orsacchiotto vecchio e spelacchiato, più adatto all’immondizia che al nostro baule dei ricordi, non lo butteremmo per niente al mondo, anche se ormai abbiamo un grizzly peloso e rumoroso in carne ed ossa che ci dorme di fianco.
Insomma, per me quelle persone accumulatrici erano portatrici disfunzionali di emozioni intense. Un po’ come la nonna, che raschia la pentola per raccogliere fino all’ultimo maccherone del timballo per schiaffartelo nel piatto, perchè lei ha cucinato con amore per te, e tu devi mangiare tanto, tutto, “… e che non li mangi questi altri due maccheroni a nonna?  Perchè li dobbiamo buttare?“. Altro che Cracco e le porzioncine artistiche. Mangia, a nonna, mangia. 
Poi, un bel giorno, ci hanno raccontato del decluttering. L’idea è venuta a Marie Kondo, una deliziosa donna a forma di manga, con il frangettone e gli occhi che ridono, scrittrice de “Il magico potere del riordino”, un libro sull’arte del mettere ordine attorno a sè per fare ordine dentro se stessi. Con questa storia del riordino, Marie ha venduto circa quattro milioni di copie del suo manuale in tutto il mondo. No, ma avete presente quanti sono QUATTROMILIONIDICOPIE? Questo vuol dire che quattro milioni di persone – senza contare quelli degli e-books, delle copie prestate, delle copie scaricate illegalmente da internet ecc – ci tengono a disfarsi del superfluo tanto da comprarsi addirittura un libretto per capire come si fa. Come se buttare roba fosse la formula definitiva per la felicità. Pure nonna Emily Gilmore, che vive in una sorta di museo degli orrori barocchi, accenna ad un tentativo di decluttering nella prima puntata dell’ultimissima serie di Gilmore Girls, perchè pensa che questa tattica possa portarle un po’ di felicità perduta (che poi ci ripensi e lasci tutto esattamente come prima, è un’altra storia).
Ci ho riflettuto, sapete? Ho letto qui e lì e sono arrivata ad una conclusione: sebbene abbia corteggiato il minimalismo per tanto tempo come un ideale di perfezione a cui tendere, ho capito che non fa per me, e non mi piace. Sicuramente nell’era in cui il less is more corrisponde ad una bellezza minimalista oggi tanto in voga – piatti minimal col filetto di pesce grande come un dado Star, loft minimal che sembra siano appena passati quelli di Equitalia, abiti minimal che ci manca poco che scompaiano, esperienze di shopping minimal in negozi di lusso in cui ci siamo solo noi e il commesso, ginnastica minimal tipo PancaFit o Yoga, dove tutti sono ordinati, semi-immobili e coordinati – l’idea di buttare roba e alleggerirsi la vita è qualcosa che stuzzica la curiosità dei più, ed è comprensibile. Ma io continuo a preferire il piattone di maccheroni al forno di nonna (quelli con la combo mortale polpette e involtini di mortadella), mi piace la mia casa piena di oggetti che fanno a cazzotti tra loro comprati da mio padre ai mercatini, venero le stampe, i colori, la combinazione di stoffe diverse, le righe coi quadri e coi pois e il layering, adoro fare spese al mercato il sabato mattina, preferirei di sicuro le lezioni in palestra scoordinatissime con l’insegnante truzzo, la musica tunza e le gomitate che ti arrivano da tutte le parti (se in palestra m degnassi di andarci, ovviamente).
Ma andiamo un po’ più dentro la questione decluttering.
La prima cosa da considerare è: quando un libro viene additato ovunque come “caso editoriale dell’anno”, si innesca il meccanismo comprensibilissimo della curiosità, a cui nessuno è immune (neanche tu, radical chic del cavolo che dici di ascoltare un gruppo sconosciuto neoindiewaveelectrofunkytarro e invece in macchina c’hai a palla Renato Zero): tutti finiscono per comprarlo, a prescindere dall’interesse effettivo per il contenuto. Un po’ perchè ne parla la collega, un po’ perchè quelli di Feltrinelli te lo mettono in mano appena entri in negozio, un po’ perchè ne leggi recensioni e articoli anche molto positivi. Come “La Ragazza del Treno”, “Cinquanta Sfumature di grigio”, “La dieta Dukan”. Quest’ultimo lo comprai pure io (no vabbè, confesso, ho comprato e letto anche gli altri due), perchè volevo capire che cosa avesse di così rivoluzionario e controverso questo regime alimentare, eppure non c’avevo mica voglia di farla, la dieta Dukan. E poi è finita, ormai, la fase del leggo/ascolto/guardo soltanto cose che credo non legga/ascolti/guardi nessuno se non pochissimi e “fortunati” eletti anti cultura mainstream. Oggi, devo dire, mi piace addentrarmi nella cultura pop anche per capire cosa interessa alle persone, e farmi un’idea del perchè. E non sempre mi imbatto in schifezze, lo ammetto. (“La Ragazza del Treno” però si, fa abbastanza schifo).
La seconda cosa da considerare: per chi vive in Giappone, il decluttering ha più senso che altrove. Io non sono mai stata in quel lato di mondo, eppure tutte ciò che mi ha in qualche modo “parlato” del Giappone (i libri di Murakami, i disegni di Hokusai, quei pochi giapponesi che ho conosciuto) mi hanno trasmesso una sensazione identica.
LA CALMA. 
Ma non calma tipo la pace di un paesaggio di montagna, o l’Infinito di Leopardi, o la musica dei Sigur Ros, o un massaggio aromaterapico. E’ di più. Forse è quella roba che chiamano ZEN? La sensazione che tutto sia naturalmente in ordine e al posto giusto.
Credo si tratti di qualcosa di intrinseco alla giapponesità. Ed è veramente stranissimo da provare, e da spiegare. E’ come se ci fosse uncertononsochè ad accomunare tutto ciò che è giapponese. Una specie di aura che fa percepire tutto come un gradino più vicino al sacro. La cultura nipponica, riassumendo, riesce a toccare una parte invisibile dell’anima. 
Tornando a noi, il Giappone è anche largamente percepito come un gran casino. Tantissima gente, architetture esagerate, insegne ovunque, negozi stracolmi di oggettini carini, rosa ed inutili, cultura dell’eccesso mascherata da Kawaii e Cosplay. Con mio fratello, l’altro giorno, parlavamo del decluttering come possibile forma reazionaria a questa calma che abita nelle molecole e nelle cellule giapponesi. D’altro canto, mi dico, se il Giappone equivale a caos (inteso come TROPPO), allora il decluttering diventa quasi necessario per ritrovare quella giapponesità che forse si è persa.
Terza considerazione. Io non credo nel decluttering come elemento da aggiungere al proprio percorso verso la felicità. Non credo che una casa vuota, spogliata e ripulita, corrisponda una vita piena e appagata. Non esistono oggetti che fanno bene o che fanno male. Esistono oggetti con o senza significato. Se non abbiamo ancora buttato un oggetto, è perchè non vogliamo disfarcene per davvero. Perchè pensiamo possa servire, a qualunque cosa: a rivivere un momento, a fare un regalo, a farlo vedere ai posteri, a riciclarlo, o semplicemente perchè ci fa stare bene sapere che è lì e che lo ritroveremo al suo posto.
Io capisco di essere più vicina agli accumulatori seriali che alla gente normale, anche se ho un ottimo motivo. Tendo a conservare moltissime cose nella mia scatola dei ricordi: diari di scuola, moleskine piene di appunti, scontrini, biglietti dei concerti, lettere, frasi scritte, miliardi di foto, oggettini. Tempo fa avevo persino un diario in cui scrivevo tutti gli sms che ero costretta a cancellare dal cellulare per liberare la memoria. E non parliamo di quando, per sbaglio, due anni fa ho rotto lo smartphone e perso tutti i messaggi e le chat. Mi sentivo come se mi avessero strappato un braccio. Quando ho dovuto smantellare la mia cameretta di Bologna, ho passato una settimana in preda alle lacrime. Scollavo i poster dei Depeche Mode e dei Police dalle pareti, inscatolavo ricordi della laurea, ritagli di giornale, flyer di serate, la penna con cui avevo fatto il primo esame. Fu uno dei momenti più difficili della mia vita, nonostante abbia collezionato una quantità da record di traslochi sin da bambina. Almeno una decina. Ogni volta si prende la casa, si infila in tante scatole, le scatole finiscono in un camion che le porta in un’altra città, e le scarica tra nuove mura. E se io, in nome del decluttering, non avessi tirato fuori ogni volta i miei oggetti inutili, i ricordi delle mie vite passate da spolverare e rimettere al loro posto per ricordarmi che si può essere in ordine anche se ogni volta si deve fare e poi disfare, e poi di nuovo fare e disfare, non so se sarei (mentalmente) sopravvissuta. Io mi sento ordinata e felice in mezzo al mio casino di robe inutili.
Supponiamo che io possegga oggetti che non mi rendono felice. Seguo i consigli della Kondo e butto tutto quello che mi provoca infelicità o considero superfluo. Allora immagino l’ennesimo trasloco, io che riempio le scatole di niente, e tiro fuori il niente. Mi ritroverei in un’altra città senza nemmeno i ricordi a farmi compagnia, e le mie certezze a darmi coraggio.
Supponiamo, invece, che io possegga esattamente gli oggetti che ho. Non butterei nulla, mi porterei dietro tonnellate di roba, solo per il piacere di aprire scatoloni e rivivere ogni volta i momenti della mia vita, anche se le mura che mi circondano sono nuove, e fuori c’è una nuova aria, e un nuovo panorama alla mia finestra.
In realtà il decluttering può essere ossessivo esattamente come l’accumulo. La stessa Kondo pare che soffrisse di disturbo ossessivo compulsivo da riordino, e che per guarire da questa malattia abbia deciso di approcciarsi alla cosa in modo zen e filosofico. Poi gli è andata bene perchè ne ha fatto un mestiere ed è diventata ricca. Ma voi ci pensate alla beffa di essere ricchi senza potersi comprare la qualunque perchè tu stessa hai inventato l’arte di disfarti della roba superflua?
Gli oggetti che teniamo con noi, sono quelli che ci servono. Non occorre un manuale per capire che gli oggetti che non hanno un significato vanno eliminati. Lo facciamo già, in maniera naturale. E spesso tratteniamo anche quelli che ci fanno provare i sentimenti più difficili da sopportare – la nostalgia, la rabbia, la tristezza – perchè ci rendiamo conto che hanno un ruolo importantissimo anche quelli. Quindi, teniamoci la nostra roba. Sguazziamoci dentro, guardiamola, maneggiamola, facciamoci aiutare a ricordare. Pensiamo a quanto è bello essere accolti in case piene di vita ed oggetti che raccontano storie, e quanto può essere triste varcare la soglia di quegli appartamenti dove si ha paura persino a calpestare il pavimento o di avvicinarsi ad un quadro, manco fossimo al Moma.
Io non declutterò la mia vita.
E per la cronaca, nell’ultima settimana ho comprato 6 paia di scarpe. E mi hanno resa tutte estremamente felice 🙂

MLG


Related Posts

A CACCIA DI LIBRI

Una delle attività preferite de La Gruccia consiste nell’andare a zonzo per mercatini. In questo, devo dire, sono proprio figlia dei miei genitori: ho ripreso da loro il “vizio” di amare l’antiquariato, i quadri, i negozi di conto-vendita stracolmi di oggetti e ninnoli del passato, […]

SULLE DONNE #2 – DIETRO UN GRANDE UOMO, C’E’ SEMPRE UN’ADRIANA

SULLE DONNE #2 – DIETRO UN GRANDE UOMO, C’E’ SEMPRE UN’ADRIANA

Scusate eh, ma è un po’ di tempo che mi prudono le dita. Perchè una cosa la devo scrivere, la devo diffondere, seppur coi miei modesti mezzi, e non mi importa se questo blog vi sembrerà fastidiosamente femminista, che ormai pure le donne sono diventate […]



5 thoughts on “SI DECLUTTERING CHI PUO’! – RIFLESSIONI SUL (MAGICO?) POTERE DEL RIORDINO”

  • Rieccomi.
    Appena posso… torno: tu mi attrai, ebbene sì.
    Mi attrae la tua visione, mi attrae la tua scrittura.
    Questo post mi è piaciuto, da matti. Perché è originale. Perché non te lo aspetti.
    E poi perché condivido in toto la tua opinione.
    Un'ottima lettura, grazie.

    Alla prossima,
    Manu

    • Cara Manu,
      che bello sapere che nel mio piccolo spazio ti trovi a tuo agio. E' un piacere condividere con persone brillanti come te il mio punto di vista. Non perchè non sia felice di farlo con tutti, ma sapere di avere la stima di chi stimo è decisamente un incentivo al mio sproloquiare… eheh 🙂
      Un abbraccione, e sempre grazie.

      Angela

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *