IMPERFASHION – ALL YOU CAN EAT

IMPERFASHION – ALL YOU CAN EAT
Il web ci aiuta mostrare il lato migliore di noi. 
Appariamo tutti più affascinanti, simpatici, intellettuali e sani di mente di quello che siamo effettivamente nella realtà. E’ più facile mostrare solo il lato vincente, e oscurare tutto quello che riteniamo inutile ai fini dell’ altrui apprezzamento (altresì detti “LIKE”, ora anche sorrisini e cuoricini). Complice lo scarto di tempo che intercorre tra l’emissione di un messaggio e la sua pubblicazione. Le due cose non avvengono contemporaneamente, come nelle relazioni faccia a faccia. Abbiamo tutto il tempo di pensare, cancellare, rifare, ricancellare, ritoccare, rimangiarci la parola senza che questa venga data in pasto al pubblico.
Salvo non aver fatto i bagordi alcolici la sera prima, quando ci sfugge il controllo del telefono e rischiamo di mandare all’aria la nostra reputazione di donne e uomini webaticamente perfetti.

Sul web c’è sempre la versione migliore di noi. Il che non è per forza un male, in un mondo dove spesso e volentieri trattenere un cazzotto in pieno viso di fronte a certe affermazioni è tra gli esercizi più complessi del vivere zen. Certo, naturalezza e spontaneità vanno a farsi benedire, ma ammettiamolo orsù, nessuno andrebbe in giro con la panza di fuori se ha la panza, nessuna donna mostrerebbe un cranio calvo in pubblico se non avesse i capelli. 
Vabbè, poi ci sono sempre le eccezioni del caso.

Io ci tengo troppo a me stessa e a questo spazio per far finta di essere una persona migliore di quella che sono. In fondo sono solo una Gruccia, ma mica di raso rosa imbottito, con il gancio rivestito di strass tipo quelle che vendono a Kasanova a 10 euro l’una. Io sono piuttosto una Gruccia del “Tutto a 50 centesimi”, anzi famo n’euro va! Non per sminuirmi (BASTA), ma per dire che ho dei difetti, anche importanti, come tutti. E delle stranezze, come tutti. Anche io ho sempre usato il web per dire le cose a mio avviso intellettualmente più alte, per mostrare unicamente le foto in cui non si vedono i brufoli e i buchi sul sedere al mare. Però un caro amico mi dice sempre che “strano è bello”. E’ vero. Sicuramente non è monotono. La stranezza ci rende unici.

Come al solito, perdonatemi, sono la regina dei preamboli, ma ecco il dunque, ed ecco spiegato il titolo. E’ arrivato il momento di confessare che faccio parte della categoria di compratori ALL YOU CAN EAT.

Vi ricordate quando con infinita saggezza promulgavo l’idea di crearci tutte quante un bel guardaroba COW – Carry Over Wardrobe, una serie di capi senza tempo e anche un pelo costosi che potessero essere una specie di divisa, un porto sicuro del nostro stile, un bacino di certezze a cui attingere nei casi in cui “Non so che cazzo mettermi oggi?”. Ci credevo davvero, in quel periodo andava anche di moda il blog con consigli less is more, prediligere pochi capi ma buoni: una camicia di seta bianca, un paio di pantaloni di pelle ben fatti, delle decolletes vagamente comode, una shopper evergreen di pelle nera. Modello (inarrivabile): sua maestà Emmanuelle Alt.
Ultimamente, devo raccontarvelo, non ho passato uno dei periodi migliori della mia vita. E per “ultimamente” intendo un anno a questa parte. Normalmente, nella vita, si tende convogliare tutta l’energia in ciò che si ama: lo sport, il lavoro, la cucina, il decoupage (che non ho ancora capito che è)… disfunzionalmente, nei momenti di crisi, la stessa energia e forse anche più della dose standard, si incanala in una direzione strana.
Nel mio caso, l’acquisto di tanti, tantissimi vestiti e accessori.
L’ho detto tante volte, “Sono una compratrice compulsiva”, così, per scherzare. Ho sempre amato comprare vestiti, anche quelli low cost, perchè diciamocelo, tornare a casa con una busta piena di abiti, e non importa quali abiti, rende felici. L’acquisto, come la cioccolata fondente, induce la produzione di serotonina, quella cosa invisibile che se ne abbiamo tanta stiamo bene, se siamo in riserva è un problema.

Ok, comprare compulsivamente può equivalere a fare un sacco di cazzate e può diventare un problema. Diciamo che ci sono vari livelli, per cui quello più alto si manifesta con l’indebitamento. Mai avuto gli stessi problemi di Rebecca Bloomwood (soprattutto con gli abbinamenti alla cazzo), intendiamoci. Neanche mai andata vicina a questo genere di rischi, ma vi confesso che ho provato sensazioni che mi hanno fatto mettere in dubbio la normalità della mia azione, qualche volta.

Per esempio, quando ero molto giù, ma molto molto giù, principalmente per motivazioni legate all’ambito lavorativo, l’unica cosa che mi rendeva felice era l’idea di vivere in una città come Milano, così bella e grande da offrirmi praticamente tutti i negozi che volessi: catene low cost, mercatini, negozi second hand, negozietti di brand di nicchia… tutto. Avere molto tempo libero, poter uscire e ritagliarmi quelle due ore di tempo in cui non esistevo per nessuno e poter allegramente dar sfogo alla mia fantasia, tornare a casa e sistemare gli abiti nella mia stanza armadio per colore, inventare nuovi abbinamenti, sapere di avere qualcosa di nuovo da sfoggiare e per cui farmi apprezzare, era una sensazione veramente appagante.
Solo che poi ho cominciato a comprarmi qualcosa ogni giorno, e avevo la sensazione che fosse quasi diventato un gesto automatico, che non riusciva più a solleticarmi alcun piacere…e infatti l’assuefazione porta non solo a non beneficiare più della droga, ma a volerne dosi sempre più massicce. Nel mio caso, il mio problema si risolveva coi “pusher” di via Montenapoleone, e NON SE POTEVA ASSOLUTAMENTE FA’.

Quindi mi sono interrogata a lungo, pensando che ognuno di noi ha dentro di sè un’energia che scorre inarrestabile, e che deve essere sfogata. Mi sarei comprata il mondo, se avessi potuto, avrei passato le giornate a fare la stylist su di me, a sistemare i miei vestiti con tutto l’amore di cui fossi capace. 
Tutta roba sprecata, mi sono detta. L’energia non va spenta, va semplicemente convogliata nelle giuste direzioni.
Così ho iniziato a scrivere di più, ad andare al cinema e alle mostre con assiduità, a vedere gente, HO RIAPERTO IL BLOG, ho cominciato ad organizzare il mio viaggio a Santiago, ho cercato lavoro con maggiore intensità, ho sistemato tutta la documentazione per l’iscrizione all’albo. In sostanza ho cominciato a riempire il tempo libero con la stessa quantità di energia, ma indirizzandola verso qualcosa che non mi rendesse schiava di quell’oretta e mezza di gioia quotidiana da Zara. Oltretutto la cultura è a rilascio lento. I suoi benefici durano molto di più e non hanno controindicazioni.

Così ho potuto vedere tutti i film che volevo, godendo del pomeriggio, che è uno dei momenti più belli per andare al cinema da soli. Ho letto tantissimi libri che avevo in sospeso, ho ritrovato la felicità nelle piccole cose che ho stupidamente rimandato. 
La mia cura.
Ciò non toglie che le mie manie da compratrice ALL YOU CAN EAT rimangono. Sono pur sempre una modaiola del cavolo, e tutto sommato l’idea di collezionare vestiti continua a regalarmi attimi di felicità che non spariranno mai e che è giusto che non scompaiano perchè fanno parte di me. E forse non sono così tanto COW Girl come ho pensato in passato. Sono una che si annoia facilmente, che cambia spesso idea – non per incoerenza, ma per curiosità – e che odia vestirsi sempre uguale. O meglio: posso farlo per un periodo, perchè in quel periodo mi va così, e il giorno dopo vestirmi come una ballerina del Carnevale di Rio.

Insomma, io tra la cucina di Cracco e l’abbuffata dai cinesi, preferisco la seconda. Non mi fa onore, direte voi, e sono sicura che molti penseranno che il low cost è il male per una serie di questioni che condivido anche io. Ma non posso non considerare che la moda è più di tutto una questione di divertimento e appagamento. La moda non è sembrare i più belli possibile, non è soffrire per comprarsi una borsa… è un mezzo per star bene. Cracco non me lo posso permettere, anche se sono sicura che sarebbe un’esperienza mistica, il cinese sì. E il cinese mi permette di variare, di mangiare quello che voglio senza sensi di colpa, e di divertirmi senza alcuna compostezza. 

Che mi importa? Conta essere consapevoli di quello che si sta facendo.
E credere che ci sia sempre una soluzione per queste cavolate.
Essere presenti, capirsi, ascoltarsi, e chiedersi se quello che abbiamo ci sta davvero bene o va cambiato. Prendere l’energia che abbiamo e dargli un’altra forma, come facevamo da bambini col Didò.
Un abbraccio,
MLG

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2 thoughts on “IMPERFASHION – ALL YOU CAN EAT”

  • "Credere che ci sia sempre una soluzione"

    "Prendere l'energia che abbiamo e dargli un'altra forma"

    Frasi appuntate in agenda, sulla data odierna. Siamo sullo stessa lunghezza d'onda. 🙂 Quanta voglia avrei di prendermi un caffè con te! Un volo low cost per Londra non lo trovi? Ci sono taaanti mercatini anche qui! ;P

    Bacio

    • Verrei volentieri, ma sono assorbitissima dal lavoro (e menomale!)… piuttosto, tu quando torni da queste parti? Comunque c'è sempre un buon motivo per tornare nella bella Londra, un pensiero ce lo faccio sicuramente. ho voglia di vederti e di vedere come sei cambiata da quell'aperitivo in Corso Sempione… 🙂
      Bacione,
      Ang

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